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mercoledì, aprile 30, 2003
Questa mi sembra grande:
Per agire nel mondo, occorre morire a se stessi…L’uomo non sta sulla terra solo per essere felice, neppure per essere semplicemente onesto. Vi si trova per realizzare grandi cose per la società, per raggiungere la nobiltà d’animo e andare oltre la volgarità in cui si trascina l’esistenza di quasi tutti gli individui. (Vincent Van Gogh)
Scopiazzo dall' Osservatore Romano (di domani, 1° Maggio). C'è un cadavere abbandonato alla deriva nel basso Mediterraneo, tra Lampedusa e Malta. Il corpo di un uomo martoriato dai pesci e gonfio d'acqua, che nessuno vuole. Quella vittima sconosciuta, di cui non si saprà mai il nome, è quasi certamente uno dei tanti clandestini che a migliaia attraversano il Canale di Sicilia, inseguendo un sogno che spesso si tramuta in tragedia. Ad avvistare ieri il cadavere è stato un motopesca tunisino che ha dato l'allarme alle radio costiere italiane prima di riprendere la navigazione assicurando il corpo martoriato a un galleggiante per segnalare la sua presenza. Ma quel corpo è ancora lì giacché la notizia smistata di competenza in competenza, è approdata solo all'indifferenza della burocrazia. Nelle stesse ore a poche miglia di distanza sbarcano a Lampedusa, in tre ondate successive, altri 157 disperati, tra cui numerosi iracheni in fuga dal loro paese. Un primo drappello di 69 viene intercettato all'alba; altri 68 sono tratti in salvo nel pomeriggio; un terzo gruppo di 20, su un gommone semiaffondato, viene soccorso più tardi. Uno di loro, con gravi sintomi da assideramento, rischia la vita. Come avvenuto altre volte nel Mediterraneo. Quanti sono quei cadaveri orribilmente mutilati che ogni tanto vengono trovati impigliati nelle reti dei pescherecci e che i marinai preferiscono gettare nuovamente in acqua per evitare "complicazioni"? Il mare li abbia in pace.
martedì, aprile 22, 2003
Cristo è risorto dai morti, ha schiacciato la morte con la morte, a quelli che erano nei sepolcri, ha ridato la vita! CristoV anesth ek nekrwn, qanatw qanaton pathsaV, kai toiV en toiV mnhmasi, zwhn carisamenoV!
postato da loziofranco |
12:15 | commenti
questa ci viene dal mitico Teo:
"La gioia di Cristo risorto sconfigga il nostro peccato, frantumi le nostre paure e ci faccia vedere le tristezze, le malattie, i soprusi e perfino la morte dal versante giusto: quello del terzo giorno". Da quel versante le croci sembreranno antenne, piazzate per farci udire la musica del cielo. Le sofferenze del mondo non saranno per noi i rantoli dell'agonia, ma i travagli del parto. E le stigmate, lasciate dai chiodi nelle nostre mani crocifisse, saranno feritoie attraverso le quali scorgeremo fin d'ora le luci di un mondo nuovo".
Con questo parole di Don Tonino Bello, di cui proprio oggi (20 aprile, nota dello ziofranco) cade il 10 anniversario della morte, ricambio gli auguri a tutti.
La pecora smarrita, Teo.
postato da loziofranco |
12:10 | commenti
domenica, aprile 20, 2003
Questa non è notte se donne in segreto preparano aromi, se le piante mettono gemme di luce.
Questa non è notte, se sale la luna al colmo se mondato è il cuore.
Questa non è notte se profuma l’azzurro appena percorso dal vento di primavera, se desti vegliano i sensi, come uccelli non appisolati sul ramo.
Questa non è notte, se gonfia è la terra di luce sepolta, in attesa dell’alba, se, chino, l’orecchio ode un rotolio profondo di pietre smosse.
Questa non è notte, se rosseggia in letizia la sacra brace crepitante,
se, nel buio ardente, partorisce il silenzio i freschi vagiti dell’alleluia…
Questa non è notte.
venerdì, aprile 18, 2003
blog piaciuti
http://sablesse.splinder.it/
http://nostalgiadifuturo.splinder.it/
http://capitano.splinder.it/
Anche questa (Per il mattino di Pasqua) viene da Carmelo. Grazie.
Sei in Albania?
Per il mattino di Pasqua
I Io vorrei donare una cosa al Signore, ma non so che cosa. Andrò in giro per le strade zuffolando, così, fino a che gli altri dicano: è pazzo! E mi fermerò soprattutto coi bambini a giocare in periferia, e poi lascerò un fiore ad ogni finestra dei poveri e saluterò chiunque incontrerò per via inchinandoni fino a terra. E poi suonerò con le mie mani le campane sulla torre a più riprese finché non sarò esausto. E a chiunque venga - anche al ricco – dirò: siedi pure alla mia mensa,
(anche il ricco è un povero uomo).
E dirò a tutti: avete visto il Signore? Ma lo dirò in silenzio e solo con un sorriso.
II Io vorrei donare una cosa al Signore, ma non so che cosa. Tutto è suo dono eccetto il nostro peccato. Ecco, gli darò un’icona dove lui – bambino – guarda agli occhi di sua madre: così dimenticherà ogni cosa. Gli raccoglierò dal prato una goccia di rugiada è già primavera ancora primavera una cosa insperata non meritata una cosa che non ha parole; e poi gli dirò d’indovinare se sia una lacrima o una perla di sole o una goccia di rugiada. E dirò alla gente: avete visto il Signore? Ma lo dirò in silenzio e solo con un sorriso.
III Io vorrei donare una cosa al Signore, ma non so che cosa. Non credo più nemmeno alle mie lacrime, e queste gioie sono tutte povere: metterò un garofano rosso sul balcone canterò una canzone tutta per lui solo. Andrò nel bosco questa notte e abbraccerò gli alberi e starò in ascolto dell’usignolo, quell’usignolo che canta sempre solo da mezzanotte all’alba. E poi andrò a lavarmi nel fiume e all’alba passerò sulle porte di tutti i miei fratelli e dirò a ogni casa: «pace!» e poi cospargerò la terra d’acqua benedetta in direzione dei quattro punti dell’universo,
poi non lascerò mai morire la lampada dell’altare e ogni domenica mi vestirò di bianco.
IV Io vorrei donare una cosa al Signore, ma non so che cosa. E non piangerò più non piangerò più inutilmente: dirò solo: avete visto il Signore? Ma lo dirò in silenzio e solo con un sorriso
poi non dirò più niente.
David Maria Turoldo
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17:14 | commenti
grazie Carmelo!
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17:10 | commenti
mercoledì, aprile 16, 2003
Questa mi viene da Carmelo La Rosa:
Nella settimana santa Ti allego una storia triste sulla croce, di estrema attualità:
A Voi fa pena la croce, anche a me (che non sono né prete né suora), mi dispiace per la croce e la amo molto. Si sta notando che nelle nostre chiese vengono battezzati tanti musulmani (io sono nata e cresciuta in un villaggio musulmano dove c’era la chiesa e la moschea - oggi non c’è né l’una né l’altra - e ancora vivo circondata dai musulmani) e per essere sincera con Voi questo fatto non mi piace tanto. La croce che prendono da noi non la manifestano, la nascondono, tutto possono accettare ma la croce no. Non voglio entrare in profondità ma questo è vero.
In poche parole voglio raccontare la storia di Lindita, la ragazza di Puka che morì in Irlanda. La sua storia è dolorosa, forse avete letto o sentito qualcosa.
Si chiamava Lindita Kuka, nata a Puka, in una famiglia musulmana. Quando era piccola i suoi genitori si separarono e lei andava da mamma a papà e viceversa.
Dopo un po’ di tempo la mamma si sposò e questa fu una grande ferita per la ragazza.
La ragazza cominciò a venire in chiesa, le suore la tenevano vicino e poco a poco lei cominciò a passare quasi tutto il giorno nella chiesa e pregava. Dopo cominciò il catechismo e fu battezzata cattolica.
Tre o quattro anni fa un’associazione di carità la prese e la portò in Irlanda.
Il 22 marzo 2003 i familiari vengono avvisati che Lindita era morta, qualcuno l’aveva uccisa. Neanche lì la povera Lindita trovò pace.
In Irlanda avevano fatto il funerale per una ragazza buona e cattolica. Ma qui nel suo paese? In verità di più dominava il silenzio. Ma quello che pesava di più per i familiari e l’opinione musulmana era la croce sulla cassa da morto che rimase coperta da un lenzuolo bianco, durante tutto il tempo (non è di tradizione coprire la cassa da morto) ma volevano coprire la croce.
Il nonno aveva chiamato l’hoxha (capo religioso musulmano) ma qualcuno gli disse “come viene l’hoxha con tutta questa croce sulla cassa”!
Quanta pena mi ha fatto la croce quel giorno! Era uguale il dolore sia per la ragazza che per la croce!
Otre questo hanno voluto seppellirla prima dell’orario (che non succede mai) ma Dio ha causato un ritardo e il prete e le suore sono arrivati in tempo. Che gioia per me! La gente aspettava qualcun altro!
Dopo che hanno chiesto permesso ai familiari hanno fatto la preghiera e benedetto la tomba. Tutti in silenzio!
Ma alla fine sulla tomba al posto della croce hanno messo il loro segno (non so come si chiama). Una tomba senza croce con una battezzata dentro. Questa era in poche parole la storia di Lindita.
Vi prego di perdonarmi se ho allungato troppo e forse il traduttore è musulmano, ma a me non importa perché non sto mentendo ma una cosa è vera, la nostra croce a loro pesa moltissimo.
Prima di chiudere vorrei dire che mi è piaciuta tanto una tua espressione (i baci ‘impuri’). Che bello che un prete ha potuto capire, vorrei tanto che tutti i preti e le suore capissero perché la chiesa oggi è circondata molto da questi baci che abbassano anche il valore (baci di interesse).
Prenë da Puka
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09:13 | commenti
sabato, aprile 12, 2003
In English è molto più bello
The Donkey
When fishes flew and forests walked And figs grew upon thorn, Some moment when the moon was blood Then surely I was born;
With monstrous head and sickening cry And ears like errant wings, The devil's walking parody On all four-footed things.
The tattered outlaw of the earth, Of ancient crooked will; Starve, scourge, deride me: I am dumb, I keep my secret still.
Fools! For I also had my hour; One far fierce hour and sweet: There was a shout about my ears, And palms before my feet.
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19:55 | commenti
giovedì, aprile 10, 2003
Questa non c'entra con il tema (attuale) di questo blog, ma domenica prossima sono le Palme.
L’asino
Al tempo che i pesci volavano e i boschi camminavano
e i fichi maturavano sui pruni
un’ora che la luna era sanguigna,
io certo nacqui in quell’ora.
Testa mostruosa e voce lacerante
e orecchie come ali vagabonde,
diabolica parodia ambulante
di tutti gli animali a quattro zampe.
Miserabile paria della terra,
d’antica volontà distorta;
digiuno, frustato, deriso: io son muto,
e tengo il mio segreto.
Sciocchi! Perché ebbi anch’io la mia ora,
un’ora del passato dolce e fiera:
clamore intorno alle mie orecchie,
e palme davanti ai miei piedi!
(G.K. Chesterton)
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20:30 | commenti
mercoledì, aprile 09, 2003
parentesi: questi blog mi sono piaciuti
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13:56 | commenti
lunedì, aprile 07, 2003
Le domande che poni meriterebbero una lunga chiacchierata, perché complesse e difficili da risolvere in due righe. Posso tentare di raccontare in due parole la mia esperienza, che però è quella di Ricerca e Sviluppo (quindi non di produzione), che di per sé sicuramente ha delle caratteristiche peculiari. Circa il primo punto, purtroppo il rapporto tra Accademia e Industria in Italia (e non solo nel Sud) non funziona. Che questa sia la realtà (mi riferisco quanto meno alla ricerca biomedica) è sin troppo evidente. I motivi sono tanti, incluso un aspetto storico-culturale dovuto al fatto che per la cultura europea la conoscenza di per sé, senza alcuna applicazione pratica, ha sempre avuto un valore e una dignità molto superiore al saper fare (vedi ad esempio il diverso valore attribuito alla formazione liceale rispetto a quella degli istituti tecnici). Se da alcuni anni è stato aperto un dibattito sui rapporti tra Accademia e Industria non è perché ci si è resi conto che da tale rapporto ne beneficerebbero ambedue, ma semplicemente perché non ci sono più soldi per l’Università, che vede nell’Industria una fonte di finanziamento, a patto di poter continuare a lavorare e pensare esattamente come prima. Questa è la mia esperienza, con le doverose eccezioni che ci sono sempre, ma la mentalità è questa nella grande maggioranza di casi. Fino a che non si cambia, da ambedue le parti, l’approccio al problema, cercando anzitutto di comprendere la logica e gli obiettivi dell’altra parte, non vedo molte soluzioni. Senza dimenticare che una buona parte successo tecnologico in US è stato proprio determinato dalla forte connessione tra accademia e industria. Circa il terzo punto, dopo aver lavorato in una multinazionale e adesso in una media industria italiana, mi sembra (sempre per Ricerca e Sviluppo) che si tratti di strumenti che è doveroso e utile comprendere e applicare, ma senza illudersi che possano risolvere i problemi di un’azienda. Vedi il project management. In ricerca è importante così come il planning, ma i problemi veramente cruciali di un progetto di ricerca non li può risolvere nè il PM nè il planning. In ricerca bisogna avere la flessibilità di cambiare i progetti quasi di giorno in giorno (non proprio così, esagero). Peraltro, mi sembra anche che più un sistema è complesso (più persone che interagiscono tra loro, imprevedibilità dei risultati, tempi a volte non programmabili con precisione), più potrebbe essere sensato lasciare al sistema lo spazio di auto-organizzarsi (teoria del caos applicata al management?). Non credo di essere riuscito a dirti tutto quello che penso. Sarebbe meglio discuterne davanti a un bel bicchiere di vino. Fammi sapere se sei d’accordo, o cosa ne pensi. Francesco
postato da loziofranco |
20:22 | commenti
Io non ho una (grande, piccola ?) esperienza in materia anche se da circa due anni sto seguendo corsi di formazione sulla ‘formazione’. È di martedì scorso una lezione, che verteva su ‘I servizi – Qualità dei servizi’ . Credo sia iniziato un lento processo di rinnovamento, nella gestione dell’università come nelle imprese. Ci vorrà del tempo prima che gli effetti di una nuova mentalità possa dare frutti; passerà ancora del tempo prima che tutta la ‘zavorra’ clientelare dell’università (docente e non) sia smaltita e sostituita con persone motivate nel lavoro, preparate e in aggiornamento continuo. Così, con riflessi a catena, formando persone (gli studenti) con criteri legati ad una pianificazione dei bisogni del territorio (quale territorio poi, è uno dei temi nel tema) si dovrebbero avere imprese del sud preparate alla grande competizione. In sintesi la teoria dovrebbe essere, grosso modo, questa. Nando
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20:20 | commenti
venerdì, aprile 04, 2003
Meditate, gente, sulla domanda di Giuseppe: "perchè sul lavoro più ci si perfeziona tecnicamente, anche dal punto di vista gestionale, e più diminuisce la disponibilità di tempo libero?"
Alice legge ...e non solo. Stamattina mi sono recata in CCIAA e ho raccolto dati relativi alle tendenze di mercato in ambito formativo. O meglio che tipo di formazione è richiesta dalle imprese qui presenti, in base al numero dei dipendenti, alle specificità richieste, all'ordine e grado, al titolo di studio posseduto, ai settori ecc. ecc. in proiezione delle probabili assunzioni e in caso contrario i motivi. Ci sono anche dati relativi ai MANAGER!! Ah povera Alice a volte grande grande da non starci più nella casetta, a volte piccola piccola tanto da affogare nelle sue stesse lacrime. (N.B. non sono ancora entrata nella fase di autocommiserazione). Grazie per il blog. A presto. Alice.
postato da loziofranco |
10:06 | commenti
Le tecniche di "project management" hanno l'obiettivo principale di migliorare l'efficienza produttiva del lavoro di una qualunque azienda. Ho lavorato al Nord, in una azienda piccola e in una grande, e da qualche anno lavoro qui al Sud. In ogni caso ho potuto sperimentare come l'applicazione di tecniche di management più o meno simili dia risultati variabili che dipendono dal particolare momento che l'azienda sta vivendo, dalla capacità dei manager e dalla volontà di chi sta più in alto (imprenditori o azionisti di maggioranza), che alla fine determinano il successo o meno di una gestione "scientifica". La pianificazione delle attività, la distribuzione del lavoro ai vari "team", la "allocazione delle risorse", sono cose utili se esiste la volontà comune di tutte le parti in causa di rispettare la "linea" concordata all'inizio di un certo progetto, o di modificarla con criteri da project management. A volte funziona. Spesso però queste regole possono venir meno per diversi motivi: impossibilità di fare previsioni realistiche, difficoltà economiche, incompetenza di chi gestisce. Il project manager dovrebbe aiutare a non commettere errori di previsione e pianificare preventivamente le contromosse necessarie a far sì che un progetto sia portato a termine nei tempi e nei costi previsti. Durante la mia esperienza ho visto come tutte le teorie del project management se ne vanno in gloria nel momento in cui, ad esempio, bisogna accelerare su un determinato progetto, o aumentare la produzione. In questi casi Nord o Sud non fanno differenza. Qualunque piano può essere cambiato da sera a mattina, con conseguente "sovrallocazione" delle risorse, che per alcuni vuol dire lavorare anche 12-14 ore al giorno, in base alle decisioni prese in "alto" (e in questi casi le tecniche di gestione non servono a un granchè). Questo l'ho sperimentato ovunque e credo dipenda molto dalla cultura di chi comanda. Inoltre, lavorare "in qualità", cioè rispettando gli standard normativi sulla qualità del lavoro eseguito, ha costi elevati che non tutti possono permettersi, ma non credo sia questo il problema principale, almeno per le aziende che vorrebbero crescere. Ritengo che la finalità del project management debba essere il miglioramento della qualità del lavoro di tutti, mentre dalla grande maggioranza degli imprenditori è visto esclusivamente come un mezzo per ottimizzare i costi e aumentare i profitti, al Nord come al Sud. Il passaggio culturale dovrebbe essere proprio questo. Domanda: perchè sul lavoro più ci si perfeziona tecnicamente, anche dal punto di vista gestionale, e più diminuisce la disponibilità di tempo libero? Ciao Giuseppe
postato da loziofranco |
09:21 | commenti
mercoledì, aprile 02, 2003
Caspiterina...e noi che pensavamo "chissà se qualcuno ci risponde!!!" E io stampo, ho bisogno di rileggere con calma Tommaso, ora sono presa dai fornelli per la cena. Altro che project management, almeno due o tre ne occorrono in una casa. Mi spiace che sia così nero, se potesse se la mangerebbe la povera Alice, ma purtroppo per lui non c'è il lupo in questa favoletta. Alice.
postato da loziofranco |
21:22 | commenti
oggi questo è un blog a tema, ma si accettano divagazioni, varie ed eventuali!
postato da loziofranco |
20:55 | commenti
(per chi arriva ora:) di che stiamo parlando?
"esiste (è applicabile) il project management nelle piccole e medie imprese del sud?"
questione posta da Alice
(e il problem solving? e la total quality? e Ichigawa, che fine ha fatto?)
postato da loziofranco |
20:53 | commenti
o navigante blogghista! se ti fa comodo aggiungi i commenti sotto i post (more solito); ma se sei un grafomane e/o un meditativo, puoi spedire un'email a sanlazzaro@caltanet.it; qualcuno la leggerà e (forse!) la pubblicherà (a colori) sul blog; se poi sei fortunato puoi ritrovarti su www.associazionesanlazzaro.it
postato da loziofranco |
20:45 | commenti
Alice, stai leggendo?
Ho letto con sorpresa l'articolo su Project Management e Problem Solving in quanto, da un lato non mi aspettavo che su San Lazzaro potessero essere trattati anche questi temi e, dall'altro, in quanto come mestiere dirigo corsi di formazione avanzata di management. Le metodologie didattiche adottate sono, tra le altre, proprio il project management ed il problem solving che, prima ancora di essere delle tecniche, sono dei metodi e delle filosofie alle quali ispirarsi non solo nel mondo del lavoro ma anche nel quotidiano extralavorativo. Queste metodologie non solo sono applicabili al Sud, ma moltissime imprese del barese adottano con successo tali tecniche che rappresentano nomi oscuri o impossibilità di conoscenza solo per chi non desidera approfondirne i contenuti. Gli allievi dei nostri corsi imparano ad imparare e quindi a ragionare in termini di project management e problem solving in quanto validi supporti per l'apprendimento e per il modo di essere, prima ancora che per il lavoro. Quindi non si tratta di "esterofilie" ma piuttosto di sapersi informare, acculturare in quanto, anche in questo caso "il bello ed il buono fa poca notizia" mentre il negativo è più facilmente divulgabile (piangersi addosso è facile!). D'altro canto è molto più semplice accontentarsi di conoscere (magari "ad orecchio") altre fattispecie da "supermercato della cultura" (vedi "nuove" tecniche di comunicazione ampiamente manipolatorie, oppure il marketing senza costrutto scientifico, ecc) che approfondire i luoghi ed i contenuti della conoscenza. Che esistono, anche qui al Sud e qui a Bari. Cordialmente. Tommaso.
postato da loziofranco |
12:31 | commenti
Ciao, se vuoi ho un po' di materiale sul problem solving di un corso che ho fatto. Se ti serve, fammi un fischio :) martebip (che appaio anonima e mica so perché :P http://nostalgiadifuturo.splinder.it
evvai martebip! (loziofranco)
postato da loziofranco |
12:10 | commenti
martedì, aprile 01, 2003
La mia facoltà (informatica) dà la possibilità di fare degli stage in aziende meridionali, ma molti preferiscono non appoggiarsi più all'Università di Bari dopo la laurea ... chissà perché? So che informatica non è l'unica ad avere questi contatti esterni; per esempio, un mio amico di Agraria frequenta stage e convegni già dal primo anno di corso.
Il Project Management non so proprio che cosa sia, forse uno di quei termini aziendali che sfornano al nord per rimarcare il ritardo "evolutivo" del sud?
Del Problem Solving da noi se ne parla molto: una tecnica per affrontare problemi di varia natura con conseguente risoluzione mediante descrizione algoritmica... altru nun sacciu!
Concludendo, dopo 3-4-5 anni di questa assurda laurea breve io me ne vado proprio a lavorare :-))))) ciao Antonio
PS Al sud la cultura c'è! + cultura ma - diffusa!
... non ho risposto subito alla tua e.mail perchè la domanda oltre a sorprendermi piacevolmente non chiedeva, credo, una risposta semplice o semplicistica. Ora che ritrovo la stessa domanda sulla mail dell' associazione, lo stesso non oso risponderti che semplicemente rifarcendomi alla mia esperienza di lavoratore dipendente di una piccola impresa edile di bari. Come ben sai sono ormai 24 anni che mi trovo in ferrovia, ma se proprio la devo dire tutta, non è stata una vocazione, quella ferroviaria, ma una scelta operativa. Se non cominciavo a prendere uno stipendio serio non avrei mai potuto costruirmi un futuro. la mia risposta alla tua domanda volendo è tutta qui. Se la mia piccola azienda avesse voluto, o magari potuto saper vedere oltre la punta del proprio naso, Bari avrebbe avuto un professionista in più o più modestamente un emigrante in meno.
Generoso
postato da loziofranco |
13:39 | commenti
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